28 ott Come l’Università può preparare al meglio gli studenti a diventare innovatori sociali. O, se vogliamo, SIC

Innovazione sociale è quel progresso che la società matura autonomamente, riuscendo a rispondere a emergenti bisogni sociali; tuttavia, l’idea di una società che si auto-trasforma senza necessità di mediazioni, né di visioni di cambiamento, disconosce il ruolo che ha chi individua e fa convergere i bisogni su cui poi il dibattito sociale si avvia, chi ne fa dei capisaldi, delle questioni verso cui orientare ricerca, policies, innovazione. Sono i gruppi d’interesse, dalle lobbies, ai partiti, ai sindacati; ma sono anche movimenti più destrutturati come i think tank; sono, soprattutto, quei professionisti che pensano nuovi prodotti e servizi, hanno idee per il sociale, l’ambiente, la cultura, la comunicazione, e in qualche modo riescono a realizzarle, con progetti pubblici o iniziative imprenditoriali, che s’impongono all’attenzione, e si offrono alla condivisione, del grande pubblico.

Innovatore sociale è chi ha inventato la raccolta differenziata (Ferdinando di Borbone, 1832), e chi ha inventato Wikipedia (Jimmy Wales e Larry Sanger, 2001). È, certamente, chi ha inventato Facebook, o Google – ma, essendo evidente la componente di competenza informatica nei loro fondatori, potrebbe non essere chiaro quanto sia l’idea di servizio che simili piattaforme forniscono a contare, prima del loro effettivo sviluppo (psss: Larry Sanger è un filosofo).

Un’istruzione universitaria che spinga gli studenti a individuare problemi, criticità, ed esigenze emergenti nella società, li metterà anche nella condizione di proporsi come laureati versatili e flessibili, in grado finanche di aprire mercati in tempi di crisi, creare lavoro, introdurre nuove figure professionali, grazie alle loro idee. E il mio contributo in questo blog (ehi, un momento…chi ha inventato il blog?), lungi dal disconoscere il valore delle discipline e abilità tecnico-scientifiche, vuole restituirne un pochino anche al sapere umanistico. Per ricordarci che proprio questo può formare persone con una “competenza di scenario” che le rende capaci di promuovere innovazione sociale, individuando necessità e bisogni, e rispondendovi con “l’invenzione” di servizi, che a loro volta aprono mercati e opportunità…persone in grado di produrre un valore sociale che sa tradursi poi anche in valore economico. Persone ispirate da un bagaglio di conoscenze radicato nel passato e proiettato nel futuro, che stimola e sviluppa pensiero critico, logica, argomentazione, non offrendo certezze ma punti di vista, e riguardando sempre, in un modo o nell’altro, l’esperienza umana, personale, intima (filosofia, letteratura) o condivisa (storia, politica). Non a caso Martha Nussbaum nel suo saggio Not for Profit. Why Democracy Needs Humanities propone che le discipline umanistiche siano insegnate anche ai futuri scienziati, perché cruciali per educare a una vera e propria cittadinanza democratica, attiva, propositiva, capace, responsabile, etica.

Vero è anche che le pratiche didattiche utilizzate nelle discipline tradizionalmente teoriche dovrebbero a loro volta importare da quelle tecnico-scientifico la dimensione pratico-attuativa che insegna i “come” del sapere e non soltanto i “cosa” (il famigerato know-how)…come sviluppare un progetto, come promuovere un’idea, come elaborare policy. Insomma, servirebbero dei promotori d’innovazione sociale per il futuro delle scienze socio-umanistiche…

Inventiamoci qualcosa!

Daniela Sideri
Ricercatrice Università D’Annunzio