19 ott Giovani che non studiano e non lavorano (NEET): andare oltre ai numeri

Spesso quando parliamo di occupazione e disoccupazione giovanile non ci soffermiamo su un dato fondamentale: la percentuale di ragazzi che non solo non lavora, ma non studia nemmeno. Questa categoria sociale viene definita NEET, acronimo per Not (engaged) in Education, Employed or Trainig. Si tratta di quelle persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non ricevono un’educazione, non hanno lavoro (ne lo cercano) e non sono impegnate in attività similari, come tirocini o lavori domestici.

Dagli ultimi dati ISTAT emerge che in Italia la percentuale di NEET è il 26% degli under 30. Ciò significa che più di un ragazzo su quattro si trova in questa condizione, un dato allarmante in termini assoluti, ma che fa emergere tutta la sua significatività se paragonato alla situazione degli altri Stati dell’Unione Europea: l’Italia è infatti penultima, sul secondo gradino di questo podio negativo, dietro solamente alla Grecia (28,9%). Il numero di NEET nel nostro Paese è il triplo di quelli in Germania e il doppio di quelli in Francia. Anche se paragoniamo il dato agli anni passati, la situazione non migliora: nel 2009 la percentuale di under 30 né-né (questo il termine con cui si è soliti chiamarli in Italia) era solo il 21,2%. Dato sintomatico delle difficoltà sempre maggiori incontrate dalla prima generazione formatasi durante la crisi che attanaglia le economie occidentali dal 2008. Il tema dei NEET è molto dibattuto anche a livello mediatico con articoli e approfondimenti

La sfida sta allora nel riuscire a sfruttare questa condizione, sviluppando e promuovendo innovative forme di apertura al credito, diversi modelli di lavoro e di istruzione, che possano in qualche modo garantire nuovi stimoli e nuovi percorsi per tutti quei ragazzi che in questo momento si trovano senza un’occupazione (intesa nel senso più ampio possibile). Ma la domanda da porsi è anche un’altra: quanti di questi NEET hanno quotidianamente a che fare con realtà del tutto assimilabili a quella lavorativa che però non vengono assorbite dai dati statistici? Ragazzi impegnati nel sociale e nella cultura, ambiti troppo spesso di confine e difficilmente tracciabili che potrebbero diventare la vera spinta propulsiva di una ripresa a 360 gradi. Perché i numeri parlano, ma bisogna anche saperli ascoltare.     

Gian Mario Bachetti, social media manager